Cucchi: sepolto senza avvertire la famiglia. Un nuovo caso a Varese

Di carcere si muore. Le cause: ignote. Ma sempre più la verità viene a galla,anche se le indagini vanno a rilento e speso finiscono nel nulla. I carcerati morti  mostrano analogie visibili a occhio nudo: sono stati pestati, hanno riportato ferite, sono stati ricoverati.

Carabinieri, poliziotti, vengono chiamati in causa, così come i medici che avrebbero dovuto prendere cura dei ricoverati , forse, hanno pensato che un carcerato non abbia  diritto ad un’assistenza degna di questo nome.

Il caso di Stefano Cucchi ha riportato in primo piano drammatiche vicende cadute nel dimenticatoio, finite in qualche faldone perso nei corridoi di un qualche tribunale. Dalla morte di Stefano sono passati ormai alcuni mesi ma niente ancora si da delle indagini, eppure si è addirittura pronunciata una commissione parlamentare.Cucchi ha subito una duplice violenza: è stato percosso ed i segni erano evidenti ed è stato lasciato morire per disidratazione.  Ci sono tutti gli elementi per fare giustizia.

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Ma le cose non vanno in questa direzione. Anzi: una drammatica lettera della sorella inviata a monsignor Giuseppe Marciante , il quale- scrive Ilaria-“ ha dimostrato grande sensibilità sulla tragica vicenda di mio fratello”, denuncia davvero l’incredibile. Questo il testo che non ha bisogno di alcuno commento:” Con enorme sofferenza abbiamo chiesto la riesumazione della salma di mio fratello per consentire ulteriori esami che non erano stati effettuati nella prima autopsia, perché guardando il corpo martoriato di Stefano davvero non potevamo accettare che si continuasse a parlare di “morte naturale”.Conclusi gli esami abbiamo atteso a lungo prima che ci venisse restituita la sua salma ed oggi la notizia: Stefano è stato sepolto dieci giorni fa. Senza che noi sapessimo niente, come se fosse un oggetto».

Intanto casi ancora irrisolti,di persone morte di carcere riemergono a Varese ,ultimo episodio ordine di tempo, come a Ferrra,Trieste, in Umbria, a  Livorno,indagini a rilento, contro ignoti, quando invece ci sono episodi molto gravi. Percosse da parte di carabinieri, medici che invece di intervenire per salvare il carcerato finiscono per ucciderlo. A Varese il 14 giugno del 2008 vengono fermati in stato di ebrezza Giuseppe Uva e Alberto Biggioggero. Addirittura l’operazione viene compiuta da ben tre volanti, due della polizia, una dei carabinieri. Portano i due in caserma. Biggioggero sente le urla del suo amico, grida di smettere di massacrarlo. Poi chiama il 118 con il cellulare in un momento in cui i carabinieri lo aveva lasciato solo.

Dal 118 telefonata alla caserma. Non c’è bisogno di non assistenza, abbiano solo due ubriachi. Alla 5 del mattino dalla caserma si chiede un intervento urgente. Giuseppe Uva è sottoposto a terapia psichiatrica obbligatoria. Muore poco dopo. Si parla di somministrazione di un farmaco che  avrebbe provocato la morte. Sono indagati due medici ma per quanto riguarda chi ha percosse con inaudita violenza  dopo 21 mesi le indagini sono contro “ignoti”.

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