Elisa Claps: un delitto e una città
di Paride Leporace
Il caso Claps è uno dei più clamorosi casi di cronaca nera italiana. La scomparsa nel nulla di Elisa fino al 17 marzo 2010 e la sua incredibile riapparizione da cadavere nel luogo sacro dove era stata vista l’ultima volta ne fanno un caso di specie da giallo che appassiona tutti. Per questi ingredienti peculiari il nome di quella ragazzina acqua e sapone è destinato ad essere affiancato ad altri casi illustri come il delitto Montesi,, Rina Fort, Cogne, Erika e Omar, Emanuela Orlandi.
Ognuno di questi casi è legato ad un luogo e ad un contesto sociale di riferimento. Sono storie reali che spesso nessuna penna di romanziere avrebbe saputo confezionare con gli ingredienti base del mestiere. Eppure un concetto letterario può aiutarci a decodificare l’intrigo di Elisa. L’omicidio Claps è come l’aleph di Louis Borges, grande scrittore argentino, ovvero una ricerca interminabile dei luoghi e dei personaggi narrati. Una partenza. Non trova un arrivo ma solo una direzione. Ma se questa è letteratura, i fatti della cronaca, quindi della Storia, auspicano che il punto di arrivo si trovi. Perché il giallo non è risolto. Trova solo una nuova partenza dal cadavere della ragazza e dal luogo del suo ritrovamento. La famiglia Claps trova solo la consolazione di una sepoltura lacrimata per quella ragazzina strappata ai suoi affetti e ai suoi sogni. Un percorso di 4440 giorni di dolore vissuti in un capoluogo di provincia con i suoi abitanti che non avevano mai vissuto tante emozioni, passioni coinvolgimenti, risentimenti, passioni, odi e colpi di scena . Nella storia della città di Potenza ci sarà un prima e un dopo 12 settembre 1993. Una città stretta come i suoi vicoli e con relazioni corte che guardava gli omicidi in televisione nella finzione o nelle cronache dei paesi vicini ha registrato la sua prima volta senza comprendere. Una visita istituzionale, la Fiat che apriva i suoi reparti postmoderni, il dolce settembre del giorno prima dell’apertura delle scuole, un Potenza-Avellino al Viviani non potevano far presagire che la scomparsa di Elisa avrebbe cambiato tutti.
La modernità mediatica e il dramma antico del mistero celavano la parte oscura della provincia con i suoi cambiamenti economici, di costume, di politica, di morale.
Perché la sparizione di Elisa e il suo ritrovamento ci interessa, ci appassiona, ci indigna, ci commuove ma ci fa anche paura perché è accaduto nelle nostre stesse strade e non era mai accaduto prima. E quella Potenza mai apparsa per questi motivi sulle cronache del mondo esterno è entrata a farne parte in questa diabolica rappresentazione.
La storia di Elisa è paradigmatica sulle deficienze della giustizia. Molto più delle questioni di Berlusconi e della lotta politica italiana. In quei 4440 giorni i potentini hanno registrato come lo Stato abbia molte facce. I silenzi della viltà e quelli dell’interesse. I familiari di Elisa che sono diventati adulti e vecchi ma forti e fieri continuano a voler sapere. Perché sulla loro pelle hanno appurato come le indagini scientifiche possono sbagliare. Esattamente come i Ris sbagliarono a Cogne.
Quello scheletro nell’abbaino della canonica fa rabbrividire e indignare. Perché Elisa era nel luogo più semplice da individuare. Chi era chiamato a guardare non ha visto. E’ questo il senno del poi. Sarà banale ma brucia, fa rabbia che una città si sia incattivita e divisa in fazioni per questo. Nella chiesa di quella buona borghesia, che come recita una vecchia canzone, è contenta se un ladro muore, se si arresta una puttana ma che mai avrebbe potuto pensare di ritrovare il corpo dell’orrendo reato sopra la casa dell’illustre parroco. Don Mimì da sant’uomo a mostro. Uomo mai effettivamente amato da tutti, idolatrato da ricchi e colti, e finito oggi nel tritacarne questa volta non dei media ma in quello terribile del pettegolezzo. Un vecchio prete morto può assolvere tanti peccatori più di quanti peccati abbia assolto nel suo confessionale. A Potenza c’era lo scemo che tagliava i capelli ed era figlio di un potente. Ma dietro uno scemo c’è sempre un villaggio con difetti e ipocrisie. A Potenza c’erano dei giudici che fecero strame del corpo assente e lo usarono per lotta di potere. A Potenza c’erano e ci sono capipopolo che continueranno ad essere grilli parlanti. E la morale va bene ma il ruolo del moralista può essere anche biforcuto. A Potenza c’era un pentito che disse il falso. A Potenza c’era e c’è lo straniero ricco e potente che non poteva passarla liscia per tanto successo e andava massacrato perché, anche se non è vero, si tramanda che era calabrese il centurione che diede la spugna con l’aceto a Cristo in croce. C’erano e ci sono gli epigoni di Cristo che sono Gildo, la mamma, Elisa. Uomini e donne che meritano rispetto, verità e giustizia. In una città che deve anche rivedere la sua epigrafia rimuovendo quella targa in somma ad una scala per scriverne un’altra dove auspichiamo tutti di leggere parole diverse. Noi giornalisti ne abbiamo scritto molte in questi anni e la gran parte sono state oneste e sincere. Splende il sole in queste giornate di marzo ad illuminare le case alte e quelle antiche che sovrastano sottani scomparsi. L’immaginario televisivo di Potenza per anni è stato rappresentato da una nebbia avvolgente e cupa che sovrastava le immagini di repertorio della trasmissione “Chi l’ha visto?”. Vorremmo presto vedere tanta luce su Potenza. La luce della verità. Perché la salvezza è un ‘opzione possibile per tutti, persino per chi ha gravemente peccato. L’importante è che chi ha commesso il delitto ne accetti il castigo. E questo dramma antico continua ad affliggere un’intera città.
Editoriolae del Quotidiano della Basilicata






