Il Principe Emanuele Filiberto visiterà Savoia di Lucania. e la tomba di Giovanni Passannante

di Raffaele Langone

Leggevo qualche giorno fa un’intervista al principe Emanuele Filiberto di Savoia realizzata dal mio amico giornalista Angelomauro Calza. Nell’intervista Emanuele Filiberto prende un impegno preciso, quello di visitare  Savoia di Lucania e poi..di visitarne il “cimitero”. Il principe deve aver capito, finalmente, che ad una “pacificazione” voluta dalle autorità ed istituzioni repubblicane devono seguire azioni e comportamenti “regi”.

Mi riferisco alla modifica costituzionale della XIII disposizione transitoria, approvata dalle camere della repubblica  un paio di legislature fa , che ha consentito, dopo oltre cinquant’anni, agli eredi di quelli che fu il regno d’Italia, di poter nuovamente calpestare il suolo italiano.

Ma di fronte ad una decisione così importante del parlamento italiano gli eredi, di cui ognuno immaginava il primo rientro nei luoghi in cui si era consumata la monarchia, ovvero un ingresso  dimostrativo del riconoscimento di legittimità delle supreme cariche della repubblica, hanno inizialmente stupito, snobbato lo stato italiano ed i suoi rappresentanti istituzionali… Altro che riconciliazione.

Infatti Essi non tornarono in Italia come semplici cittadini, ma pur sempre come discendenti di casa Savoia. E come è scolpito nei principi che sorreggono le migliori e più civili democrazie, a loro non èra dato sottrarsi alle incombenze che il rinnovato spirito di pacificazione richiedeva e richiede.

Era lecito anzitutto attendersi che, come discendenti di casa Savoia, rendessero, come primo atto, omaggio al nostro capo dello Stato, anche per far allontanare definitivamente troppo facili sospetti.

Non sarebbe apparsa peregrina una, per così dire, comparsata nella Torino, già sabauda, o nella Napoli, già monarchica, non fosse altro per la maggioranza schiacciante tributata dalla città partenopea al Re di maggio nel referendum del 1946.

Sarebbe stato auspicabile, in fin dei conti, un atto di contrizione dinanzi all’altare della patria, simbolo del ricordo e di doveroso rispetto per tutti i morti nelle guerre del risorgimento ma anche simbolo per le centinaia di migliaia di italiani morti nella seconda guerra mondiale.

Fatale fu la firma apposta da Vittorio Emanuele III a sigillo  dell’entrata in guerra dell’Italia.

Doveva essere una guerra rapida, che doveva con qualche migliaia di morti consentire all’Italia di sedersi al tavolo della pace e, soccombente la Francia, ricongiungere l’Italia alla Savoia.

Invece finì con la distruzione dell’Italia, con la perdita delle colonie del sogno imperiale, con la perdita del suolo italiano di Fiume, Pola e parte dei territori della provincia di Trieste a favore dei vincitori “rossi” della ex Jugoslavia e con centinaia di miglia di morti italiani i cui resti oltre che in patria sono disseminati un pò su tutti i fronti della più grande tragedia vissuta dall’umanità.

E i Savoia ne hanno la responsabilità vera, piena, incontrovertibile.

E invece di chiedere, come primo atto, scusa e perdono a tutti gli italiani si comportarono come  una famiglia di turisti alla magione del Papa, l’unico, a dire il vero, per la funzione della sua missione pastorale, a potersi sottrarre all’abiura che,  per i discendenti di casa Savoia dovrebbe investire le errate scelte degli antenati, così come allora, Giovanni Paolo II accollando a sé l’angosciante fardello delle inquietudini e miserie di questo mondo, ha avuto il coraggio di fare chiedendo perdono all’intera umanità per gli errori passati compiuti dalla chiesa e dai cristiani.

E quando lo ha fatto la sua coscrizione è stata grande, sincera  pensando ai torti subiti dai Galileo, dagli Ebrei, dagli uomini e dalle donne vittima dell’inquisizione, pensando ai convertiti del “nuovo mondo” evangelizzati a fil di spada.

E ne  sentì su di sé il pesante fardello.

Invece la famiglia dei Savoia riprese immediatamente  la via di casa rientrando nella dorata Ginevra. I Savoia da allora son ritornati tante volte in Italia. E anche “nelle selve della Lucania”. E sappiamo come è andato a finire. La cronaca nera di tutto il mondo si è occupata di loro.  Domanda ? E’ troppo chiedere ai Savoia un riscatto dalle indelicatezze sopra elencate? …Chissà forse Passannante potrà essere il tramite di questa  riconciliazione, il viatico riconciliativo della storia? Possibile! Ricordiamo che Il 17 novembre 1878, il libertario lucano Giovanni Passannante attentava alla vita di Re Umberto I, che era appena giunto da Bari, con una delegazione, in visita alla città di Napoli. L’attentatore fu bloccato prima che potesse sferrare il colpo decisivo e di lì condannato con un processo rapidissimo all’ergastolo.

Alla sua morte ne cannibalizzarono e smembrarono le spoglie, per non fare della tomba del repubblicano lucano una meta di pellegrinaggio per mazziniani e libertari di ogni risma.

Non si chiede una riabilitazione politica del Passannante, certo, chè è atto politico riconosciuto soltanto alle competenti cariche istituzionali dello stato italiano, e non ovviamente ai novelli cittadini italiani Savoia.

Né, di sicuro, la concessione di un  perdono, un po’ perché atto dall’indiscutibile valenza spirituale e religiosa, appannaggio, secondo molti, soltanto di chi professa in terra il mistero, un po’ perché ragionare in termini di perdono per Passannante significa fargli un torto immeritato.. Anche se, per inciso, corre l’obbligo di rammentare come lo stesso Papa, primo beneficiato dalle attenzioni dei Savoia, abbia a sua volta perdonato ed assolto in terra il suo attentatore.

No, quello che lo spirito di pacificazione richiederebbe è un atto dalla valenza laica dirompente, un omaggio, un gesto, un riconoscimento verso chi, con il suo attentato, intendeva pur sempre riscattare i deboli e gli oppressi.

Ci piacerebbe immaginare i Savoia che compiano un gesto di “cristiana reagalità” a Savoia, chini sulla tomba del Passannante. Non per restituire il sorriso al rivoluzionario salviano, per carità, chè Giovanni sorride sornione dall’aldilà già dal 1946.

E non sembri inutile ciò: un atto verso un eroe solitario troppo a lungo dimenticato, e, per esso, verso la piccola comunità che oggi lo rappresenta. E un simile atto, proveniente dai discendenti degli ex regnanti Savoia funzionerebbe come un riscatto totale sotto ogni profilo poiché ci restituirebbe dei Savoia più umani, meno presi dalle mondanità che li circondano, più propensi a comprendere le necessità dell’altro, più determinati a rielaborare il passato con rinnovato spirito critico. E funzionerebbe come esempio per tutti quelli che hanno a cuore le sorti della nostra patria. Emanuele Filiberto deve aver capito che per entrare nei cuori degli altri  50% degli italiani che lo snobbano o lo prendono in giro “questa visita l’adda fare”

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