Pdl. La Fune si è spezzata. I possibili scenari

di Aldo Garzia

Come era prevedibile la resa dei conti all’interno del Pdl è andata in scena a poche ore dal voto finale sulla manovra finanziaria. Dopo mesi di conflitti, di polemiche, di minacce la fune si è spezzata. Ieri sera l’Ufficio di presidenza del Pdl ha votato a maggioranza (33 voti su 36) un documento di sei cartelle che definisce “incompatibili” le posizioni di Gianfranco Fini con l’appartenenza al Pdl e deferisce ai probiviri del partito i deputati Fabio Granata, Carmelo Briguglio e Italo Bocchino. Il conflitto non è più occultabile o risolvibile all’interno del partito-

L’Ufficio di presidenza del Pdl, si legge nel documento, “considera le posizioni dell’onorevole Fini assolutamente incompatibili con i principi ispiratori del Popolo della libertà, con gli impegni assunti con gli elettori e con l’attività politica del Popolo della libertà”.

Berlusconi, in una conferenza stampa che ha concluso l’Ufficio di presidenza del Pdl, punta l’indice contro Fini (“i litigi erano un prezzo troppo alto”) chiedendone addirittura le dimissioni dal suo ruolo di presidente della Camera perché “è venuto meno il suo ruolo di garanzia”.

Il premier precisa che per raggiungere l’obiettivo delle dimissioni i deputati del Pdl prenderanno le iniziative del caso. La risposta di Fini su questo punto non si è fatta attendere: “La terza carica dello Stato non è nelle disponibilità del presidente del Consiglio. Io non mi dimetto”.

Poi ci sono le possibili conseguenze alla rottura di ieri sera. Berlusconi ha escluso effetti diretti: “Abbiamo la maggioranza nel paese, un ottimo apprezzamento del governo e io ho un gradimento oltre il sessanta per cento”. Il premier avrebbe inoltre intenzione di intervenire al Senato martedì prossimo con un discorso incentrato sui temi della giustizia che però non mancherebbe di delineare i contorni di una nuova fase politica per il Pdl e la maggioranza.

Se ieri è stata la giornata della verifica della rottura con l’iniziativa presa dalla maggioranza del Pdl, oggi sarà la giornata delle contromosse di Fini e dei finiani a iniziare dalla conferenza stampa annunciata dal presidente della Camera. La prima decisione è quella della formazione di gruppi autonomi alla Camera e al Senato. I finiani sarebbero 34 a Montecitorio e 14 a Palazzo Madama.

Resta da verificare l’orientamento politico di Fini e dei finiani che ieri sera, dopo una prima riunione, confermavano la lealtà nei confronti della maggioranza e del programma con cui il Pdl ha vinto le elezioni. Il che significherebbe che malgrado i numeri di cui dispongono i nuovi gruppi parlamentari la stabilità della maggioranza sarebbe garantita.

La rottura potrebbe trascinare con sé anche alcuni problemi giuridici. Essendo stato il Pdl cofondato da Berlusconi e Fini, il problema del destino del logo del partito potrebbe essere posto dai finiani con un ricorso alla magistratura. I berlusconiani assicurano intanto che il logo è di proprietà del presidente del Consiglio, ma nei giorni scorsi le stesse fonti non escludevano che Berlusconi potesse dar vita a un nuovo partito per evitare qualsiasi contenzioso giuridico.

Ciò che accade nel Pdl mobilita l’opposizione. Il Pd ha convocato per questa mattina l’assemblea del gruppo alla Camera con il segretario Pierluigi Bersani per discutere la strategia da adottare in Aula dopo il divorzio politico tra Berlusconi e Fini. Secondo il giudizio di Bersani, “questa è una crisi, Berlusconi venga in Parlamento a riferire”.

Il segretario del Pd aggiunge che “bisogna essere pronti a ogni evenienza”. E sulla possibilità che possano nascere altre maggioranze sottolinea:  “Dipende dall’oggetto di cui si discute. Se si parla di democrazia parlamentare da ristabilire, di legalità e di temi fondanti, noi non abbiamo pregiudiziali”. Tra questi temi mette in evidenza la riforma della legge elettorale.

Se dovessero essere confermati i numeri dei parlamentari che aderiranno ai due gruppi promossi dai finiani alla Camera e al Senato, la navigazione del governo potrebbe essere più difficile di quanto illustrato ieri da Berlusconi. Su ogni provvedimento messo in cantiere dalla maggioranza il potere di contrattazione di Fini e dei finiani risulterebbe più alto di quanto non sia stato durante la loro permanenza nel Pdl.

Forse è stata anche questa constatazione, oltre alla necessità di prendere tempo per chiarire la situazione venutasi a creare con la rottura nel Pdl, a consigliare ai berlusconiani di rinviare a settembre il voto alla Camera sul disegno di legge sulle intercettazioni.

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